Recensione: L’isola dei senza memoria- Yoko Ogawa

Sottrarti la voce è come smembrare il tuo corpo

Titolo: L’isola dei senza memoria

Autore: Yoko Ogawa

Traduttore: Laura Testaverde

Collana: La cultura

Pagine: 302

<<… Perché l’energia che si libera al momento di ogni scomparsa è spaventosa: non è violenta, ma radicale, immediata, concentrata. Di questo passo, quando non saremo più in grado di compensare le cose scomparse, l’isola si riempirà di vuoti. Mi angoscia l’idea che diventi vuota, inconsistente e che all’improvviso scompaia senza lasciare traccia. Non ci hai mai pensato, nonno?>>

Ci troviamo in un’isola, in cui non viene specificato né un tempo né un luogo preciso, dove la popolazione, gradualmente, smette di ricordare. La percezione di vuoto, dell’atmosfera che cambia, come se l’aria stessa variasse per inglobare al suo interno la nuova mancanza. Si avverte da un impercettibile mutamento che qualcosa è andato perduto. Qualsiasi cosa, da un momento l’altro, può scomparire e venire dimenticato dalla memoria di queste persone. Da un momento all’altro sparisce un’idea, quindi sparisce la cosa stessa, la parola che la caretterizzava, la sua immagine, il suo significato, il suo suono, il suo odore, il suo tutto, l’essenza stessa. Questa cancellazione, come un’epidemia, colpisce tutto e tutti, anche gli animali stessi.

Ma tra questa gente ci sono pochi individui che ancora riescono a preservare immutati i ricordi, non subiscono l’annullamento, non si conosce la ragione ma queste persone non riescono a dimenticare, e proprio per questo loro “difetto” vengono stanati, catturati e imprigionati dalla polizia segreta che attua delle vere e proprie ronde, invadendo le case, le stanze, le cantine, nessun luogo, nessuna mente è al sicuro dalla polizia segreta e dai ricordi.

La madre della protagonista della storia era una di queste persone speciali, conservava la memoria di ogni singola sparizione, finché un giorno anch’essa sparì, lasciando dietro di sé il vuoto degli oggetti che nascondeva nella sua amata cassettiera e, ogni giorno, dispiegava davanti la figlia, per ripresentarli alla sua memoria ormai cancellata e dimenticata.

Ormai adulta, in questo scenario di dimenticanza, questa donna si muove nel suo mondo in bilico, continua a porre domande scomode, a sé stessa e agli altri, conoscendo essa stessa la risposta al quesito che si pone. Riempiendo i vuoti della memoria e degli oggetti che ormai non esistono più con la sua amata scrittura, attingendo alle parole e al loro significato, ricercando moralità e coscienza, ricercando l’eco dell’anima delle cose perdute che lasciano un vuoto gelido nelle vite delle persone che arrancano in un’esistenza in cui il perdere pezzi di sé stessi è la condizione ovvia della vita. La completa distruzione e disfacimento del proprio io. Lo spegnimento del proprio essere e della propria coscienza.

<<Il cuore non si riempie fino a esplodere?>>
<<No, non esiste questo pericolo: il cuore non ha contorni definiti né confini insuperabili. È in grado di accogliere ogni forma e può scendere a qualsiasi profondità. Anche per i ricordi funziona così.>>

Accanto alla nostra protagonista si muove R, il suo Editore, figura cardine del romanzo, un uomo che le soffia vita e ricordo nell’alcova vuota lasciata dalla mancanza. Continuando ad alimentare quel bisogno di narrazione, per poter riportare su carta il ricordo dopo che tutto sarà perduto; e il nonno, una figura paterna, che accompagna da sempre la donna nella sua vita. Procedono a tentoni, inesorabilmente, nonostante cerchino di racchiudere in stanze ed attimi i ricordi, le loro essenze, le loro voci e coscienze, la loro individualità, i ricordi non restano, fuggono via.

<<Si, lo so bene che non è colpa sua se il carillon è scomparso. Ma non c’è niente da fare: davanti a una cosa scomparsa, il mio cuore è scosso da una terribile agitazione. Come quando qualcosa di duro e spigoloso viene lanciato all’improvviso in uno stagno tranquillo: la superficie s’increspa e sul fondo si formano dei vortici che sollevano fango. È per questo che tutti, volenti o nolenti, tentano di allontanare le cose scomparse bruciandole, gettandole nei fiumi o sotterrandole.>>

Comincia a scendere una neve eterna, una stagione che non muta più. Una neve perenne e fondamentale, un congelamento della coscienza. Un non-mutamento, come se tutto si ammantasse di gelo per diventare nulla, e amalgamarsi, pian piano, alla neve. Spariscono gli uccelli, spariscono le rose, i fiori in generale, spariscono i libri. Scene truci, uomini come automi, per le strade, muoversi senza alcun vero scopo, energia, reazione, con un’unica ragione, una massa impietosa di nulla che getta nelle fiamme ardenti la propria coscienza urlante senza muovere un dito per opporsi. Non si ricorda più la funzione di alcune parti del corpo, anche quelle, a poco a poco, spariscono dai ricordi.

Un unico traghetto si staglia nell’orizzonte, baluardo di ricordi ormai troppo lontani e dimenticati, la nostra donna lo osserva con agognata sfida, e la voglia di ritrovare il fuoco della vita che arde, guarda con sguardo spento un futuro che non esisterà mai, in cui le persone saranno libere di salire su un traghetto e ricordare gli uccelli, odorare le rose e decantare poesie a voce alta, ridendo e piangendo dei propri ricordi in una terra piena di vita e senza paura di ricordare. Ma quel traghetto non esiste e non esisterà più, è dimenticato, solo, e nessuno potrà più salirci per andare via perché nessuno sa più come fare, come pensare, come formulare l’idea di fuga.

Al di là di queste pulsazioni, il suo petto, traboccherà di tutti i ricordi che io ho perduto?

Un libro pieno di struggente e delicata distruzione. Come ali di passero l’autrice si muove delicatamente sulle gote del lettore, accarezzando piano e lasciando lacrime di sangue rappreso. Con tenerezza infiamma l’anima e il cuore, arde di una potenza sotterranea. Una scrittura che è arte e, allo stesso tempo, piacevole tormento. Un libro che ho amato profondamente, che richiede una lettura approfondita, con una scrittura delicata ti scava fino all’anima, fino a trovare verità, dolore e pianti strazianti. Non c’è speranza in queste pagine, ma la bellezza della distruzione, se così si può definire, una bellezza crudele che si specchia nel disfacimento del cuore e della coscienza umana. Nel reprimere il voler ricordare, il voler amare, il voler essere qualcuno, come individuo pensante e libero, in una società in cui la repressione si stringe intorno al popolo, fino a cavargli occhi, bocca, arti e infine la stessa vita, voce e coscienza, per far sfoggio dell’unica cosa che serve, un mero involucro che non rechi disturbo. Il tutto scandito da un ritmo lento e cadenzato, ed è proprio questo questo torpore, questa lentezza a ferire con precisione chirurgica e limpida come acqua di fonte velata di sangue e dolore.

<<Forse piangere così, senza alcuna ragione, è la prova che il mio cuore si è talmente indebolito da non saper è lui stesso come salvarsi.>>
<<Assolutamente no! Piuttosto è il contrario. Il tuo cuore sta affermando con tutte le sue forze la propria esistenza. La polizia segreta può portarti via tutti i ricordi che vuole, ma non può cancellare il tuo cuore.>>

Yoko Ogawa è una delle più importanti scrittrici giapponesi. Il Saggiatore ha pubblicato La Casa della luce (2006), La formula del professore (2008), Hotel Iris (2009), Profumo di ghiaccio (2009), Vendetta (2014) e Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto (2015)

2 risposte a "Recensione: L’isola dei senza memoria- Yoko Ogawa"

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